Cos'è e come si misura la frequenza di rimbalzo: il Brunce rate - La mia ditta online

Cos’è e come si misura la frequenza di rimbalzo: il Brunce rate

Nell’analisi del traffico dei siti internet, il bounce rate è di sicuro uno dei parametri più importanti, da tenere seriamente in considerazione. In questo articolo, forniremo una panoramica a 360 gradi su questo argomento. Dopo la definizione, verranno esaminati i valori di bounce rate, le sue modalità di misurazione ed infine come mai in alcuni siti internet questo parametro risulta eccessivamente superiore alla media.

Che cos’è il bounce rate?

Trattasi del tasso di rimbalzo, vale a dire della percentuale di visitatori che dopo essersi connessi al sito internet e averne visitato appena una pagina web, lo abbandonano, rimbalzando e tornando indietro alla pagina dei risultati di ricerca o sul sito web precedentemente visualizzato per via del classico click sulla freccia back del browser di navigazione o del ricorso alla barra di ricerca del browser, impiegato per spostarsi in direzione di altri siti internet.

In riferimento ad una pagina web, la frequenza di rimbalzo riguarda il rapporto che intercorre tra il numero di internauti che caricano solo la pagina web e quello totale di visitatori che si sono connessi alla stessa pagina web.

Bounce rate: numeri e statistiche

Le statistiche indicano in 30 secondi la soglia di bounce rate, secondo la quale se il visitatore lascia la pagina web entro questo lasso di tempo, vuol dire che le informazioni non erano pertinenti alla sua ricerca. Ergo, si avrebbe a che fare con un visitatore disinteressato. Altri software indicano in 5 secondi la soglia di tempo in questione.

Quello che si vuole asserire è che di soglie ottimali per la definizione di bounce rate non ne esistono. Quello che è necessario sapere è che a fronte di un tasso di abbandono basso, vuol dire che la modalità di organizzazione dei contenuti, la struttura delle informazioni ed il layout grafico vengono giudicate positivamente, tanto è vero che vengono visitate altre pagine web. Di fatto, il tempo di permanenza sul sito internet, tende ad aumentare. In antitesi, c’è qualcosa (o molto) da rivedere.

Bounce rate medio nei siti web

Uno studio condotto dallo staff di RockFuel su una cerchia ristretta di siti web ha messo in evidenza quali sarebbero i parametri utili per giudicare come accettabile la frequenza di rimbalzo. I risultati di questa ricerca sottolineano come per numerosi siti web, il bounce rate si attesta tra il 26% ed il 70%.

Pertanto:

  • A fronte di un bounce rate inferiore al 25%, vuol dire che qualcosa non è andata per il verso giusto. Ad esempio, l’installazione di Google Analytics può essere errata.
  • Se il valore è tra il 26% ed il 40%, la frequenza di rimbalzo è ottima. Il sito internet è realizzato a regola d’arte e presenta contenuti interessanti.
  • In caso di valori tra il 41% ed il 55%, la frequenza di rimbalzo rientra nella media.
  • Se i dati indicano un bounce rate tra il 56% ed il 70%, allora occorre rivedere più aspetti del sito web, visto che si è sopra alla media in quanto a frequenza di rimbalzo.
  • Infine, se i dati superano il 70%, vi sono quasi certamente problemi alla piattaforma. Urgono controlli.

Tirando le somme, un elevato bounce rate è nella maggior parte dei casi sinonimo di disinteresse nei contenuti proposti dal sito internet, di un mancato apprezzamento del design o di un’interrogazione di ricerca che ha portato risultati poco pertinenti.

Il focus del sito internet gioca un ruolo determinante per capire se la frequenza di rimbalzo è superiore alla media. Un sito web dedicato agli eventi andrà giudicato in modo differente rispetto ad un sito web dedicato alla storia o da un-ecommerce. Il motivo? Nel primo caso, gli utenti cercheranno solo le informazioni rilevanti: location, indirizzo, data e orario dell’evento. Nel secondo caso, con ogni probabilità, si renderanno necessari tutta una serie di approfondimenti. A metà del guado di questi due esempi, c’è il caso dell’e-commerce, dove se l’internauta troverà interessanti i prodotti messi in vendita, si soffermerà a guardarli ed eventualmente nel procedere all’acquisto. In caso contrario, rimbalzerà.

È importante però ricordare che il bounce rate non misura il tempo di permanenza sulla pagina web, questo è un fattore che crea molta confusione.

Infatti è possibile che un sito proponga una pagina di qualità e ben strutturata, ma allo stesso tempo abbia un’elevata frequenza di rimbalzo, proprio perché questa metrica non misura la durata delle sessioni sul sito. Quindi la frequenza di rimbalzo va analizzata in relazione alla tipologia del sito web o e-commerce, un sito web composto da una sola pagina e strutturata per completare la conversione velocemente senza lasciare la stessa,  avrà una frequenza di rimbalzo elevata, la stessa cosa vale per gli e-commerce con piccoli cataloghi di prodotti, soprattutto se presentano una formula di acquisto veloce in un solo click.

È possibile ridurre il bounce rate anche con semplici trucchi, come quello per i blog di suddividere gli articoli in più pagine.

Suddividendo gli articoli in più pagine si ottiene così di forzare artificialmente il visitatore a visionare più pagine dello stesso sito, questa tecnica può avere senso per chi è interessato a vendere spazi pubblicitari dove un bounce rate basso è una metrica che identifica la qualità del sito web e quindi può attirare maggiori sponsor. Non è una tecnica adatta a un sito commerciale o un e-commerce dove la metrica più importante è la conversione, e dove spesso il bounce rate è un dato falsato, per esempio una buona landing page, avrà tutte le informazioni ben visibili e sarà strutturata in modo da evitare che il potenziale cliente esca dalla stessa prima di aver acquistato o richiesto informazioni sul prodotto o servizio in vendita. Di conseguenza avrà una frequenza di rimbalzo molto elevata, ma allo stesso tempo porterà molte conversioni.

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